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IL TALLURINO, UN ABITATORE DELLA VAL D’ORCIA MOLTO PARTICOLARE

Il TALLURINO , nome dialettale che indica l’OCCHIONE (Burhinus oedicnemus, L.), è un uccello molto curioso, e non ne esiste un altro simile.
Il nome dialettale deriva dal latino tellus,telluris che significa terra e questo probabilmente perché è un uccello terricolo, che mai si posa sugli alberi ma sempre si muove, con le sue robuste e lunghe zampe, sul terreno o i sassi dei fiumi. Nidifica, caccia e dorme a terra. E frequenta pertanto ambienti cosiddetti “steppici” , ossia tendenzialmente aridi e caratterizzati da vegetazione bassa e rada, ambienti che gli permettono di camminare bene a terra e individuare facilmente le prede; ed è per questo che frequenta i torrenti come l’Orcia e il Formone, che hanno un letto sassoso, e i campi e i prati della val d’Orcia.

E’ sconosciuto ai più perché non ama assolutamente farsi notare; durante il giorno se ne sta nascosto, spesso appiattito al suolo, e se disturbato non sempre prende il volo, anzi più facilmente se ne cammina via, tutto ingobbito, in fretta e in maniera silenziosa. Se si alza in volo si posa a terra dopo poche decine di metri. Non che non sappia volare, visto che arriva dall’Africa a marzo e se ne riparte a fine ottobre, attraversando mare e deserto, ma questo è il suo carattere, schivo , elusivo, ed il suo modo di vivere, terricolo.

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Eppure una volta imparato a conoscere non si può confondere con nessun altro: testa grossa e arrotondata e grandi occhi gialli, robusto becco giallo alla base e nero in punta, zampe lunghe e robuste e soprattutto aspetto ingobbito (anche se tutto sta a vederlo, dato il piumaggio mimetico !); anche in volo si può riconoscere facilmente (ricorda un po’ un gabbiano): l’apertura alare è di circa 80 centimetri (anche se il nome dialettale fa pensare a un piccolo uccello non lo è affatto!) e le ali hanno una doppia barratura bianca bordata di nero.
L’Occhione viene definito dagli ornitologi “crepuscolare”, termine poetico con cui vengono chiamati gli uccelli che non sono proprio notturni come gufi o civette, ma svolgono le loro attività dopo il tramonto . Questo uccello possiede infatti due grossi occhi gialli (da cui il nome) che gli servono per vedere bene al buio. In realtà io li ho sentiti a volte anche a mezzogiorno chiamarsi fra di loro con quel potente “chiur-lìììì”, udibile anche a gran distanza, inconfondibile; il canto vero e proprio,invece, si sente pressoché solo la sera e la notte e consiste in una lunga serie di “tu-tllu-ì” emessi in maniera frenetica, che aumentano di velocità e poi rallentano sempre più fino a spegnersi.
In ogni caso non è facile vederlo, a meno non si cammini lungo l’Orcia od altri torrenti simili, oppure sui viottoli che costeggiano e attraversano i prati e i pascoli del territorio arido e argilloso della val d’Orcia; più facile è sentirlo e il suo verso è pieno di fascino, soprattutto all’imbrunire o nelle notti di luna piena. Il fascino delle cose vicine ma allo stesso tempo lontane, in gran parte sconosciute e incomprensibili , se pur a pochi passi dal nostro affaccendarsi.
Io ho avuto la fortuna di individuare un nido anni fa su un campo di trifoglio “mal riuscito”: due uova sull’argilla nuda spruzzata qua e là di trifoglio e di altre erbe spontanee. Così ho potuto vedere i genitori di quelle due uova (maschio e femmina sono indistinguibili) allontanarsi dal nido quando io mi avvicinavo: silenziosi, ingobbiti, con la testa infossata nelle spalle e i grandi occhi spauriti, si nascondevano dietro un cespuglio e aspettavano che passasse il pericolo per tornare alle uova.

 

Il nido di tallurino, ossia due uova deposte sull'argilla, da me rinvenuto nel giugno 1999
Il nido di tallurino, ossia due uova deposte sull’argilla, da me rinvenuto nel giugno 1999
Individuo che cova. La foto, da me scattata, non è tecnicamente ben fatta, ma dà un'idea della capacità di mimetismo.
Individuo che cova. La foto, da me scattata, non è tecnicamente ben fatta, ma dà un’idea della capacità di mimetismo della specie.

Oggi la presenza, qui come altrove, è molto rarefatta: un tempo (fino a più o meno gli anni ’40) in val d’Orcia si organizzava la caccia al Tallurino, che veniva fatta in gruppo, con gente a piedi e altra a cavallo e con l’aiuto dei bambini, che possedevano dei frustini utilizzati per spaventare gli animali e farli alzare in volo. Allora l’Orcia si spandeva disordinato su un letto molto più grande di adesso e i terreni attorno erano in gran parte sterili formazioni argillose a cupola (le cosiddette “biancane”, in val d’Orcia chiamati semplicemente “sodi” ossia terreni incolti e incoltivabili), con pochi ciuffi di graminacee qua e là, pascolate dalle pecore.

 

Questa fotografia, concessa dal Gruppo fotografico pientino, raffigura un gruppo di cacciatori di tallurini dopo la battuta di caccia, nel 1907
Questa fotografia, concessa dal Gruppo fotografico pientino, raffigura un gruppo di cacciatori di tallurini dopo la battuta di caccia, nel 1907

Adesso si può aver la fortuna (se la si ha) di imbattersi in 3 o al più 4 coppie , camminando per chilometri lungo l’Orcia e la specie è (giustamente) protetta.
Io ho conosciuto questo particolare uccello per la mia tesi di laurea che verteva proprio sul monitorare la sua presenza in val d’Orcia ed evidenziare le sue preferenze ambientali ed ho constatato che si muove molto, di notte, in cerca di cibo, e quindi è molto difficile stimare il numero delle presenze; anche nell’arco della stagione i rilievi (realizzati tramite l’emissione di versi e canti registrati e l’ascolto di eventuali risposte) evidenziavano gli individui prima soprattutto sul fiume e sui pascoli, poi anche sui campi, una volta che sono stati falciati o trebbiati .
Per chi come me del mondo alato ama molto la caratteristica di misteriosa inafferrabilità, quell’abitare parte della stessa aria che respiriamo ma essere il più delle volte invisibile; per chi ama l’innumerevole varietà di voci, canti e richiami di cui possiamo solo lontanamente interpretare il senso e il significato e ci lasciano sempre il dubbio che forse dicano molte più cose di quelle che noi crediamo. Per chi insomma vive l’avvicinarsi a questo mondo come qualcosa di magico, riuscire a sentire o a vedere uno di questi uccelli credo possa essere qualcosa di veramente emozionante. Per me lo è ancora, dopo tanti anni, soprattutto a primavera, quando risento il canto dopo un inverno di silenzio e mi dico “bene, anche quest’anno ce l’hanno fatta a riattraversare mare e deserto”.
E così è anche per altri abitatori alati: il piccolo assiolo che da aprile riempie la notte con i suoi “chiù” e il gruccione con i suoi sgargianti colori e i suoi nidi scavati nell’argilla, tutti uccelli che tornano in Italia a primavera, dopo aver svernato in Africa.

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FRA PIENZA E MONTICCHIELLO: IL LATTE DI LUNA E LA BUCA DEL BEATO

Itinerario piuttosto impegnativo (categoria E) soprattutto nella versione completa:
Si parte da Pienza e attraverso la strada che corre sul crinale della formazione cretosa detta “Latte di luna” si scende fino al torrente Tresa; poi si risale fino a Monticchiello e si visita al piccolo borgo medievale di gran fascino e personalità; dopo ciò si può ripartire verso Pienza oppure discendere fino al torrente e visitare le grotte dove visse per vent’anni un eremita, il beato Giovanni Benincasa; una croce di ferro con una targa ne ricorda la presenza e fu posta dalla comunità di Monticchiello nel 1926, a cinquecento anni dalla scomparsa del beato, all’interno della grotta superiore, quella più facilmente raggiungibile.
Infine si risale a Pienza, attraverso una diversa strada sterrata.

Latte di luna

Vista sul versante est della collina di Pienza

La difficoltà dell’escursione è dovuta sia alla lunghezza del percorso (con presenza di ripide salite e discese) sia al fatto che il tratto del torrente che andremo a visitare s’insinua in una gola e si raggiunge tramite un piccolo sentiero dentro il bosco fitto e sassoso. Ma la fatica è ripagata: a un certo punto si apre ai nostri occhi uno strapiombo roccioso e un bellissimo panorama;  sotto, inaspettate, due cascate; da lì , con una certa attenzione si può scendere fino a l’acqua, sotto la seconda cascata, la più piccola.

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Si può optare per l’itinerario più breve (3 ore circa di cammino), dove tramite una bella strada panoramica si attraversa le biancane del “Latte di luna”, così tradizionalmente chiamate per l’aspetto che assumono alla luce della luna, si scende fino al torrente e poi si risale fino a Monticchiello, dove si può sostare per mangiare e visitare il borgo. Poi si ritorna verso Pienza, percorrendo un’altra strada, inizialmente dentro un bosco di lecci abbarbicato nella roccia che sostiene il borgo e poi risalendo lungo la strada che affronta da un altro lato la base cretosa di Pienza.
Se si vuole invece visitare la parte più nascosta del torrente Tresa, si può “sparire” per un po’ dentro la sua lussureggiante vegetazione, saltando fra i massi e godendo delle sue fresche acque, per poi ritornare alla realtà e affrontare la risalita verso la città ideale di Pio II, Pienza.

Tresa

L’ingresso inferiore della Buca del Beato sotto cui scorre il torrente Tresa